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Una storia mobile

di Luca Loffredo

È questa una storia che, come spesso accade in questi casi, coincide con quella di una famiglia e che comincia negli anni trenta con Sabino Loffredo senior, mio nonno, artigiano capace e persona dal tratto umano istintivamente cordiale e disponibile. È lui a dar vita a un laboratorio di falegnameria nel centro storico di Atripalda in via Cammarota, al cui interno, per almeno tre decenni, vengono prodotti mobili, prevalentemente camere da letto e credenze in stile, per i privati così come per i negozi dell’epoca. E dove, contemporaneamente, si formano diverse generazioni di capaci artigiani, alcuni dei quali ancora in attività.

Agli inizi degli anni sessanta, complice il tumultuoso incedere del boom economico del dopoguerra, prevale definitivamente il lato imprenditoriale e commerciale dell’attività: un Paese da ricostruire necessita di case, queste vanno arredate e pure in fretta, perché presto si comincia a lavorare e presto ci si sposa e, seppure l’inatteso benessere imponga nuovi usi e abitudini, nell’arredo permane un carattere ancora tradizionale: si acquista la stanza da letto, la cucina, il soggiorno, l’ingresso. Senza particolare attenzione alla scelta o alla cura degli spazi interni, è piuttosto l’obbligo a completare la casa secondo le tappe previste ad impensierire chiunque si accinga a formare una nuova famiglia. L’arredo contemporaneo è del resto ancora un fatto marginale, sperimentale, e per lo più relegato in precise aree metropolitane: pochi pezzi unici, ormai classici e tuttora stupefacenti, visibili in qualche vetrina di Milano, o poco più.

Sul finire degli anni sessanta, la svolta. Come ogni cambiamento nel gusto, nella percezione e nella produzione artistica ha una matrice sociologica ed una anagrafica, anche l’irrompere stesso delle turbolenze di quegli anni incide profondamente sulla produzione del mobile. Cambiamenti estetici, oltre che politici che coinvolgono tutti, ma i cui artefici sono quelli che d’ora innanzi rappresenteranno una nuova categoria sociale: quella dei giovani. Giovane è pure la figura che subentra nell’attività e ne assume la guida fino a mutarne definitivamente il carattere: Sabino Loffredo junior, mio padre. Abbandonati in prossimità della laurea i suoi studi di ingegneria, fa infatti la sua scelta di vita ed imprime un nuovo orientamento al negozio con precise motivazioni culturali e progettuali. Coinvolgendo nella realizzazione un gruppo di architetti e progettisti allora agli inizi della propria carriera (tra i tanti mi fa piacere ricordare Ludovico Papa e Carlo Luigi Pennetti, amici oltre che figure di riferimento per il suo lavoro) apre, mantenendo comunque la sede storica di Atripalda, uno spazio ad Avellino, Elle, mobili, lumi, oggetti , luogo totalmente innovativo per quel periodo sia per la concezione che per la sua architettura interna (memorabile la scala verde in tubi innocenti, decisamente inusuale allora) sia soprattutto per le proposte, le più avanzate tra gli oggetti e gli arredi allora in produzione. Un negozio dove il design nella sua più ampia accezione poteva essere compreso e apprezzato, dall’oggetto minuto ai multipli d’arte fino agli arredi più impegnativi. Più propriamente un luogo di conoscenza e crescita culturale, perché di iniziazione alla cultura del progetto in quegli anni bisogna parlare. Certo in un clima favorevole e ben disposto per istintivo spirito dell’epoca, ma che comunque sia risultava ancora totalmente estraneo ai più, soprattutto per una marginalità anche geografica delle aree meridionali interne. Per comprendere il clima sonnacchioso della provincia in quegli anni basti pensare che ancora molti anni dopo nel giugno 2006, Dino Gavina, figura controversa ma imprescindibile della storia del design italiano, mi chiese se ad Avellino avessero finalmente aperto delle librerie perché ricordava perfettamente che una delle volte che venne ad incontrare mio padre, da industriale della Simon, agli inizi degli anni ’70 volendo regalargli un libro d’arte non riuscì a trovare una libreria che avesse una sezione adeguata dedicata alle arti figurative, di cui era un appassionato cultore, oltre che mecenate.

In ogni caso è allora che cambia anche il modo di pensare la casa, che si afferma l’idea che lo spazio interno vada progettato e che per farlo ci si debba affidare allo studio interno del negozio qualificato d’arredamento o all’architetto. Ed è grazie a queste mutate intenzioni che si afferma la cultura dell’arredo e della casa, e che, sull’onda dell’entusiasmo, spingerà mio padre all’apertura della sede attuale in via Appia ad Atripalda, nel 1973. Uno spazio enorme, un luogo “…dove toccare con mano e in un sol posto il meglio della produzione moderna” come recitava lo slogan pubblicitario dell’epoca . Subito il negozio si afferma come uno tra i cento più importanti in Italia, dando vita assieme agli altri ad iniziative specifiche, anche di produzione, come quella dell’associazione di distributori del Gruppo Selezione che portò, tra l’altro, alla riedizione dei mobili disegnati dall’architetto secessionista viennese Josef Hoffmann agli inizi del secolo scorso. Così gli anni settanta verranno ricordati per noi come quelli della crescita e dell’affermazione. Gli anni ottanta avranno invece un inizio drammatico, il terremoto, che renderà però più stringente in mio padre il bisogno di perseguire con più determinazione l’altra sua grande passione, quella per l’impegno politico e civile. Sono questi gli anni in cui prevalenti nei suoi interesse saranno le battaglie condotte durante la ricostruzione post-terremoto nel consiglio comunale di Atripalda, e la vita di attivista politico nella sua amata sezione del suo amato partito.

È allora che in negozio subentra mia madre, Gabriella, prima affiancando mio padre e successivamente occupandosi in modo sempre più definitivo della cura del negozio e del rapporto con i clienti. Come spesso accade i loro due temperamenti, seppur in una quotidiana dialettica (diciamo così), si completavano vicendevolmente: razionale, asciutto nella concezione degli interni e nella scelta del prodotto lui; più emotiva, tendente al calore, al colore, alla sinuosità lei. La sintesi è stata un ventennio di lavoro a tratti entusiasmante, a volte duro, a volte anche insopportabile nel seguire le contrazioni e le onde contrarie nel gusto, ma questo mi sembra quasi inevitabile in un percorso lavorativo tanto lungo.

Così, fino alla fine degli anni novanta e poi verso la storia recente dell’ultimo decennio, quando, subito dopo la laurea in architettura io e mia sorella Silvia subentriamo in negozio curando prevalentemente la parte progettuale.
Poi sarò io ad immaginare un futuro per un luogo che è sì di lavoro, ma che è soprattutto uno spazio di sperimentazione e di crescita e che, mutando le condizioni esterne, prova ad adeguarsi e in parte a precorrere i tempi, come è giusto che sia.
Ma questo appartiene al presente e quindi, al massimo, sarà un’altra storia. Aggiungo solo che in questo presente, da poco, mio padre purtroppo non c’è più. Dovendo raccontarlo pubblicamente, questo vuoto lo definirei come il peso dell’assenza di quel tono vagamente canzonatorio e leggero, da animo temperato che solo una vita piena concede e che negli ultimi anni definiva il suo carattere ed il suo approccio con clienti ed amici in negozio. E questo, mi pare, sia il senso del ricordo che ancora suscita in quanti lo hanno conosciuto.

(settembre 2011)

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